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giovedì 22 maggio 2008

Due chiacchiere con Dio.

Facciamo finta, per un momento, di avere fede, di credere in Dio, quello cristiano/cattolico.

Da Lui tutto dipende, è il creatore, ha voluto un universo e una vita come la conosciamo oggi; noi non possiamo fare altro che vivere la nostra vita, certi del dolore e della morte, accettando l’amore presunto di Dio, seguendo se vogliamo la sua parola e “sperare” in una sorta di salvezza post mortem.

Bene, io accetto gli eventi della vita, belli e brutti, non perché sono cattolico, buddista, protestante, ebreo o di altra confessione (se proprio mi devo definire, sono agnostico).

Accetto la vita così com’è perché sono realista, amo la verità, mi sforzo di chiamare sempre le cose con il loro nome, d’altronde non si può fare diversamente.

Ora, ammesso (per un momento) che Dio c’è vorrei dirgli:

“Dieci anni fa ti sei preso mia madre facendola soffrire, hai messo alla prova me e soprattutto mio padre con un dolore grandissimo, ora hai colpito lui con lo stesso mezzo e lo farai soffrire prima di prendertelo e lasciarmi solo.

Va bene, la vita è anche questo, non ti contesto nulla.

Visto però che non mi considero un burattino, ma un essere pensante e senziente e pure abbastanza incazzato, ti concedo il dolore che mi riservi, ma a una condizione.

Ammesso che tu abbia la possibilità d’ intervenire sulle nostre vite, anche solo con un pensiero, toglimi pure l’unica famiglia di sangue che ho (è la regola del gioco), però sappi che il mio debito con te è estinto!

Ti ho dato tanto, mi hai riservato una discreta felicità ma ora non puoi uccidermi, ti chiedo solo un dolore sopportabile per il mio futuro, perché sai…il giorno che ci incontreremo faremo a pugni, perderò, e anche se con le lacrime agli occhi e la rassegnazione nel cuore, ti manderò a terra, almeno una volta, con tutta la forza e la rabbia che ho.”.